Tag: Silicon Valley

La lean startup e il customer development model. In Italia.

Di il 13 settembre 2010

La scorsa settimana i ragazzi di Mashape, con un articolo pubblicato su TagliaBlog, hanno dato il via a discussioni piuttosto calde e contrapposte riguardo al tema “Fare una startup in Italia o in Silicon Valley?”. Ne è poi scaturita una risposta diretta ed altre discussioni indirette come questa.

Non nascondo una grande simpatia per i giovani ventunenni milanesi e per la loro visione “romantica” di come portare avanti il proprio sogno in USA (per cui faccio un grande tifo) ma, per una serie di motivi, io attualmente sono e voglio restare in Italia…di conseguenza mi interessa rendermi conto se anche da noi possano funzionare alcuni meccanismi, “pattern” e metodologie proprie delle startup USA. Del resto è oggettivo che oltreoceano ci sia maggiore esperienza al riguardo e che in Italia venture capital ed angel che investono su startup Internet siano di qualche ordine di grandezza inferiori. :)

Tuttavia la teoria del come fare una startup partendo dal basso, ovvero dai bisogni dei clienti che possono essere potenzialmente interessati ad un prodotto, a mio avviso è applicabile anche in Italia. Ovviamente, una volta superata eventualmente la prima fase, il respiro dovrebbe essere Internazionale per avere un mercato in grado di supportare una ragionevole crescita.

Di cosa sto parlando? Del Customer Development Model di Steve Blank, autore di Four Steps to the Epiphany, libro che sto finalmente leggendo con attenzione (cosa che consiglio vivamente di fare). Steve è un imprenditore seriale di successo della Silicon Valley (5 delle sue 8 startup sono state quotate in borsa) e attualmente professore alle università di Berkeley e Stanford. Dalla sua teoria su come realizzare una startup è  nato anche il movimento di Lean Startup, portato avanti insieme ad Eric Ries. Alcuni dettagli li potete trovare in queste due presentazioni: cosa è il Customer Development e cosa significa fare una Lean Startup.

Il concetto di fondo è che in genere tutti coloro che vogliono realizzare un nuovo servizio sono:
- Naturalmente abituati a pensare alle funzioni che dovrebbe avere
- A realizzarlo
e solo successivamente
- A valutare il feedback degli utenti/clienti sul prodotto/servizio.
Nel frattempo vengono tipicamente spesi parecchi soldi in marketing, sviluppo, organizzazione vendite, etc. il tutto sulla base di un business plan previsionale con assunti verificabili solo a posteriori.
Tutto ciò è tipico del Product Development Model, come di seguito.

L’intuizione di Steve Blank è stata quella di analizzare le startup che hanno avuto successo, trovando pattern comuni e riconducibili al fatto di essere state tutte molto attente ai bisogni dei clienti sin da subito. Pochi soldi spesi bene per realizzare quello che gli utenti volevano davvero e per cui erano disposti a pagare. Da qui il Customer Development Model, schematizzato di seguito:

Non entro nel dettaglio dello schema – mi piacerebbe tornarci in seguito – ma volevo intanto colpire la fantasia mettendo a confronto i due diversi modi di approcciare il problema, molto diversi.
Ultima curiosità per chi si intende di metodologie di sviluppo software: non notate un certo parallelismo? Guardate lo schema di seguito, che è la base dell’integrazione portata da Eric Ries al Customer Development Model creando il movimento della lean startup.

Il Product Development Model non ammette quindi di tornare allo stadio precedente (equivarrebbe al fallimento) ed è assolutamente seriale, mentre sia il Customer Development Model che l’Agile Development sono impostati su processi iterativi. Da notare l’importanza dell’analisi dei feedback tornando se necessario allo stadio precedente “imparando” dai propri errori per ripetere meglio l’azione successiva.

Sono tutti concetti non banali a cui ho soltanto accennato. Spero di aver stimolato la fantasia di qualcuno e di poter approfondire alcuni di questi aspetti in seguito.

Intanto io e Giancarlo stiamo portando avanti un gruppo ufficiale qui a Bologna del movimento Lean Startup che è attualmente anche l’unico in Italia. Questa teoria merita invece molta più visibilità e sono contento che ci sia qualcuno che si stia muovendo in questo senso come i ragazzi di TOP-IX di Torino che organizzeranno a breve un evento su questi temi. :)

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Pillole di startupping #2

Di il 21 marzo 2010

La riflessione di oggi può essere riassunta da una frase di Steve Blank in questo recente post (di cui consiglio la lettura completa):

Entrepreneurship is an art not a science.

Quindi ognuno deve cercare di comprendere e mettere in pratica il proprio modo di andare avanti, a volte agendo più con intuito e sentimento che con la testa: nessuno vi saprà dire qual è il modo migliore di percorrere la *vostra* strada!

Non bisogna seguire alla lettera i consigli degli altri su come fare startup. O meglio: bisogna leggere, ascoltare, capire ed apprezzare le esperienze di chi ce l’ha fatta e di chi non è riuscito, imparandone le motivazioni in modo da non commettere gli stessi errori o in modo da seguire dei percorsi corretti, ma questo non significa doversi trasferire per forza nella Silicon Valley perchè tutti i più grandi Venture Capital e le più grandi aziende tech sono là (ovviamente non sto dicendo che sia sbagliato andarci, sono invidiabili gli amici di Mashape trasferitisi da poco che si staranno sicuramente divertendo un sacco ;) ), non significa neanche dover partire per forza finanziati da capitale di rischio, così come non esistono pattern per trovare i migliori soci o il migliore modello di business…quest’ultimo, tra l’altro, sarà quasi certamente da rifare completamente una volta messo piede nel mercato.

Detto questo, vorrei proporre qualche lettura interessante sulle esperienze di chi ha fatto startup.

Richard Aberman, fondatore di WePay, parla in questo post (segnalato ieri da Andrea Favale) delle 5 cose che “sapeva” (o avrebbe dovuto sapere) prima di avviare una startup, ma non comprese appieno fino ad ora.

Paul Graham, partner di Y Combinator, riassume qui alcune sue esperienze come investitore dal punto di vista dei vari startupper con cui ha lavorato.

Tara Kelly, scrive come creare una startup web in Italia in dieci passi. Tara è la co-fondatrice di Passpack: una startup italiana che ha creato un SaaS per la gestione online delle password [Curiosità: non sono stati i pionieri di questo settore, il primo servizio di salvataggio password online (sempre italiano, tra l'altro) è stato Clipperz].

Massimiliano Magrini, riassume in un suo post recente quanto emerso dalle interviste di 32 startuppers di successo nel libro “Founders at Work Stories of Startups’ early days” di Jessica Livingston.

Dulcis in fundo, se non l’avete già fatto, inserite nel vostro feed reader il blog di Fred Wilson (socio fondatore di Union Square Ventures): non riesco a segnalare uno specifico post visto che quasi tutti sono esperienze o consigli su come fare startup (e non solo). La stessa cosa vale per Steve Blank (nominato sopra) di cui da tempo mi sono proposto di leggere il famoso libro The four steps to the Epiphany.

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Dropbox: backup, condivisione file e altro…on the fly

Di il 15 maggio 2009

Dropbox logo

Da un po’ di tempo sto usando felicemente un servizio già approcciato da altre società ma a mio avviso mai risolto del tutto e bene, come invece è stato fatto da questa recente startup della Silicon Valley.

Dropbox è un sistema di backup, archiviazione con versioning e condivisione file completamente online. Può essere un’alternativa al classico hard disk esterno USB in cui vengono tenuti i backup dei vari computer che si hanno in casa e/o in ufficio, le foto, i video, i documenti o qualunque altra cosa vogliate archiviare o condividere.

Dropbox ha un’interfaccia web molto intuitiva tramite la quale potete accedere ai vostri dati in sicurezza da qualunque parte del mondo vi troviate con una connessione ad internet ed un browser web a disposizione. Potete anche installare l’apposita applicazione sul vostro computer Windows, Mac o Linux per accedere ai dati tramite una semplice cartella da posizionare dove preferite: potete installarla su tutte le macchine che volete e i dati saranno sempre sincronizzati bidirezionalmente in automatico (and of course: anche da e verso il web ovviamente).

Un paio di dettagli tecnologici:

  • la cartella di Dropbox è locale e la sincronizzazione è completamente gestita dal software quando si è online: in questo modo non si hanno rallentamenti lavorando direttamente sui file rispetto ad altre soluzioni che “montano” dei dischi di rete virtuali. Un contro di questa feature è che i file vengono scaricati su ogni computer in cui installate Dropbox, quindi si deve avere a disposizione lo spazio necessario nel disco fisso per ospitare tutti i file; una feature ovviamente molto richiesta è di poter scegliere le cartelle da replicare o meno sulle varie macchine: la dovrebbero realizzare a breve…
  • Dropbox utilizza Amazon S3 come servizio trasparente per l’utente. Questo è comunque garanzia di affidabilità vista l’ottima infrastruttura di ridondanza e sicurezza offerta da Amazon senza il bisogno di creare un’account apposito ad S3, gestire i dettagli tecnologici di iscrizione al servizio e i pagamenti basati sull’utilizzo di spazio e banda (come invece, ad esempio, bisogna fare nel caso di Jungle Disk).

Parlando di costi, la vostra Dropbox fino a 2 GB è gratuita ma se si vuole di più sono disponibili dei pacchetti a pagamento, come quello da 50 GB usato felicemente dal sottoscritto per 9,99 $ al mese.

Il mio consiglio è: provare per credere! :)

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